Gli Exlibris


Cosa sono

Exlibris

 

Come avviene spesso per le parole (un po’ strane) bisogna rifarsi al latino per capire il significato della locuzione “ex libris” che si traduce “dai  libri di ”. Fatta questa breve ricerca semantica ci addentriamo, a piccoli passi, nella sua storia e nel legame indissolubile, tra l’autore di questo contrassegno che si apponeva all’interno del libro e il bibliofilo (l’amante dei libri) che commissionava questo foglietto per indicarne l’appartenenza, quasi per evitarne il furto.  Così facendo, però lo arricchiva ancora di più e chi  lo rubava prendeva in un colpo due cose importanti. Tanto che, se l’intento era quello di una sorta di “marchio” di proprietà per evitarne la spoliazione, l’effetto poteva essere contrario, perché il libro diventava ancor più prezioso e forse sarebbe stato meglio continuare a ricorrere alla vecchia catena che legava il libro ai plutei con i quali i monaci tentavano di evitare il trafugamento. Del resto, anche la dissuasione con le maledizioni non sempre sortiva l’ effetto sperato e chi voleva il libro non si fermava davanti a questi “antifurti”.

La loro Storia

Storia degli Exlibris

 

Dicevamo che il segno di proprietà parte da lontano e addirittura troviamo qualcosa di simile, nell’antico egizio, ad opera di Amenophis III che, durante il suo regno (1394-1356 AC), targava lo scrigno, con i preziosi papiri, con un sigillo di proprietà di ceramica smaltata in blu. In Seguito, il re Assiro Sardanapaolo, nel VI secolo A.C, a Ninive, per le tavolette raccolte, apponeva, in caratteri cuneiformi, la scritta “ Palazzo di Assurbanipal, re degli eserciti, re della terra di Assiria. Probabilmente altri casi emblematici ci sono stati in Cina e India, a prescindere dalle difficoltà della scrittura, ma a noi, con certezza non è dato sapere. Ovviamente, anche gli antichi romani avranno avuto un loro ex libris, ma di sicuro sono state recuperate “tegole” in siti archeologici romani, in Sicilia, sulle quali era apposto un marchio di proprietà. Vale a dire, il marchio di possesso, apposto anche sui libri, ha origini diverse e sta a segnalare l’orgoglio di quella proprietà oppure, semplicemente, sta a significare: “questo è mio” e si apponeva su tutto. Tutti - prima o poi - avevano il bisogno di rendere nota l’identificazione della proprietà e separarla dagli altri. Ovviamente, a parte Proudhon che sosteneva che “la proprietà è un furto”, non in tutte le parti del globo tale concetto era così esasperato come in Occidente.

Direte, ora, che non sono segni di proprietà le incisioni sulle tegole, ma è proprio così? E ancora, come si può chiamare, altrimenti, l’impronta di una mano rinvenuta su affreschi rupestri?

L’uomo da quando è uscito dall’Eden ha quasi sempre sentito il bisogno di marcare quello che era suo: un recinto per delimitare la sua proprietà e via di seguito. Veniamo ai tempi moderni,  quando l’ex libris diventa quello che l’ha fatto diventare il tempo in un continuum che lega passato e futuro: l’invenzione dei caratteri di stampa di Johann (o Johannes) Gänsfleisch detto Gutenberg. A Gutenberg si deve l’innovazione che fa perdere al libro la sua connotazione di testo unico e proprio con i caratteri a stampa compare il primo ex libris moderno che è appunto una xilografia (XV sec.). Come per tutte le cose (quasi tutte) anche nella storia degli ex libris ci sono stati alti e bassi.

La diffusione della tecnica di stampa (coincide anche con il disastro economico di Gutenberg), l’ex libris si diffonde e nel XVI sec. dilaga in Europa; nel 1600 raggiunge il suo massimo fulgore con lo sviluppo delle Accademie letterarie e la diffusione dei libri, mentre il secolo successivo vede un’involuzione perché gli ex libris servono quasi solo per ornare gli stemmi della varie casate e quindi sono un po’ monotoni e senza fantasia. Con la rivoluzione francese e la scomparsa della nobiltà diventa arte grafica libera senza vincoli apparenti per acquisire, di nuovo, splendore di un periodo di libertà. Arriviamo ai giorni nostri, senza per questo, ritenere di aver fornito un panorama esaustivo della sua storia e della facilità della sua diffusione. Non va, infatti, dimenticato che in periodi  di Cortina di ferro, un ex libris poteva facilmente passare da una frontiera all’altra, mentre altre forme di arte subivano ostacoli ben maggiori. Sembra banale, ma questo foglietto è stato un legame culturale fra Paesi del Blocco (Lituania ed altri) e l’Occidente favorendo contatti e disseminazione di arte. La tecnica si sviluppa e il “foglietto” fiorisce ( a sufficienza?) anche come tecnica libera che non ha più un legame forte (unico) con il libro e il bibliofilo. Non ci vediamo nulla di male, anche se bisognerebbe favorire il legame naturale con il  libro, perché così l’ex libris cresce, si sviluppa e continua a vivere. Proprio per questo, in tempi di innovazione e globalizzazione, non siamo contrari a tecniche diverse, meno imbrigliate rispetto al passato ( addirittura di parziale clonazione rivelata!). Detto questo, le fotocopie non le accettiamo ancora fra le forme d’arte, ma, forse, i risultati artistici del computer, a certe condizioni, si potrebbero accogliere. Torniamo all’arte, quando lo è ? e, ancora, si può parlare di arte povera e minore? Per noi, l’arte è arte e non esistono (non dovrebbero esistere) queste distinzioni. Ma quando, l’artigiano diventa artista ? forse quando plasma “il pezzo” (deve essere unico?) nella sua forma migliore e lo fa incontrare con il suo “fruitore” ? Qui il discorso diventa difficile e idee univoche non le traiamo nemmeno dal filosofo tedesco Alexander Gottlieb Baumgarten e….. per questa volta, ci fermiamo qui.

 
 
 
 

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